Mongolian Stories prendono forma le prime opere del cortonese Roberto Ghezzi, tra natura, calligrafia e comunità nomadi

mongolian stories

Arezzo- A oltre venti giorni dall’inizio della residenza artistica in Mongolia, entra nel vivo Mongolian Stories, il nuovo progetto dell’artista cortonese Roberto Ghezzi, realizzato con il supporto di Erdenesiin Khuree – Mongolian Calligraphy and Art Center e con la consulenza scientifica di Nadia Breda e Sabrina Tosi Cambini del Centro Interuniversitario di Ricerca naMec – Asian, Nomadic Cultures, Mobility and Environment Study Center – Mongolian Culture Center. Dall’inizio di luglio l’artista vive a Kharkhorin, nel cuore della Mongolia centrale, all’interno di una ger, la tradizionale abitazione mongola, condividendo tempi, spazi ed esperienze con gli abitanti del luogo. Il progetto si sviluppa attraverso il confronto con le comunità nomadi della valle del fiume Orkhon, della steppa e delle aree montuose circostanti. Mongolian Stories nasce dall’incontro tra la ricerca artistica di Ghezzi e un territorio nel quale la natura occupa un ruolo centrale nella vita e nella cultura delle comunità nomadi. Il progetto mette in relazione l’antica cultura della steppa e la calligrafia tradizionale mongola con le Naturografie, opere che l’artista realizza da circa vent’anni in diversi ambienti naturali del mondo. Durante le prime settimane di residenza Ghezzi ha collocato lunghe tele di cotone nei fiumi e sulle colline della valle dell’Orkhon, lasciandole esposte all’azione dell’acqua, della pioggia, del vento, della sabbia, dei sedimenti e della materia organica. Gli agenti naturali intervengono così direttamente sui supporti, depositando segni, variazioni cromatiche e stratificazioni. Parallelamente, sulle stesse tele bianche, alcuni abitanti del luogo tracciano parole e segni utilizzando l’antica calligrafia verticale mongola. Gli interventi umani e quelli prodotti dagli elementi naturali confluiranno in un’unica opera corale, esposta al termine della residenza all’interno di una ger mongola. L’opera assumerà la forma simbolica di un grande libro verticale, da leggere dall’alto verso il basso secondo la direzione tradizionale della scrittura mongola. Il progetto prende spunto anche dal termine mongolo baigal, utilizzato per indicare che uomo e natura costituiscono un unico sistema. In questa prospettiva, Ghezzi coinvolge nel processo creativo sia le persone sia gli elementi ambientali: i fiumi, la steppa, la pioggia, il vento e il terreno. Il tradizionale pigmento nero della calligrafia mongola viene applicato sui tessuti dai calligrafi e affidato anche all’azione degli elementi naturali. L’acqua, il vento, la sabbia e la pioggia lo distribuiscono e lo modificano sulla superficie delle tele, producendo ogni giorno tracce differenti. Questi segni, insieme alle parole tracciate dagli abitanti del luogo, formeranno la trama visiva dell’opera finale, dando vita a una nuova forma di scrittura multispecie. L’esito della ricerca sarà presentato all’interno della grande ger del Centro Erdenesiin Khuree di Kharkhorin, in occasione della mostra personale che sarà inaugurata domenica prossima. La calligrafia mongola e i segni prodotti dagli elementi naturali comporranno così le pagine di un’opera collettiva, dando forma a una narrazione comune tra comunità umane e ambiente.