Moda aretina export in crescita ma filiera ancora sotto pressione Cerofolini Confartigianato Moda “Servono interventi strutturali per il Made in Italy, come le aggregazioni orizzontali tra fornitori”
Arezzo- Nel primo trimestre del 2026, secondo i dati recentemente diffusi dalla Camera di Commercio di Arezzo-Siena, il comparto moda del distretto di Arezzo registra un incremento dell’export del 17,2%, per un valore complessivo di 205,6 milioni di euro. La crescita è trainata da abbigliamento (+28,7%) e calzature (+21,8%), mentre risultano in calo tessile (-3,9%) e articoli in pelle (-4,1%). Nonostante il dato positivo sull’export, il quadro congiunturale resta debole. La produzione del settore moda segna una contrazione del 2,8% e l’andamento complessivo evidenzia una fase di rallentamento, con una crescente polarizzazione tra le componenti finali della produzione e le fasi intermedie della filiera. Secondo Confartigianato, pesano sul settore le tensioni internazionali, l’effetto dei dazi sui mercati di sbocco, la volatilità valutaria e il costo del credito, che continua a limitare la capacità di investimento delle imprese. Il presidente della Federazione Moda di Confartigianato Imprese Arezzo Marco Cerofolini sottolinea come i dati sull’export non possano essere letti come un segnale di piena ripresa del comparto. “L’andamento positivo di alcune voci dell’export non deve trarre in inganno. Il settore moda sta vivendo una fase di forte complessità, in cui la crescita è concentrata su segmenti specifici del prodotto finito, mentre le fasi fondamentali della filiera, in particolare tessile e lavorazioni della pelle, continuano a registrare difficoltà significative” afferma Cerofolini. Il presidente Cerofolini evidenzia inoltre come la tenuta del comparto sia sempre più condizionata da fattori esterni e da un contesto finanziario meno favorevole. “Le imprese stanno scontando gli effetti delle tensioni internazionali, dei dazi e delle oscillazioni dei mercati valutari” prosegue Cerofolini “in particolare sul mercato statunitense. A questo si aggiunge il peso del costo del denaro, che limita la possibilità di investire e innovare, proprio mentre il settore avrebbe bisogno di rafforzare la propria capacità competitiva”. Le imprese della moda sono preoccupate infatti dal possibile inasprimento del costo del denaro, mentre non hanno ancora riassorbito gli effetti della precedente stretta del 2022, pagando ad aprile 2026 un costo del credito di 202 punti base superiore a quello del giugno 2022. Una nuova stretta monetaria metterebbe un freno alla propensione ad investire delle imprese che nel primo trimestre del 2026 registrava un segnale di ripresa. “Su questo fronte” spiega Cerofolini “come Confartigianato Moda, sosteniamo con forza l’orientamento del legislatore a privilegiare le imprese che attuano interventi di consolidamento o potenziamento delle filiere attraverso interventi di verticalizzazione delle filiere stesse o aggregazioni orizzontali tra le varie aziende fornitrici di semilavorati nel settore moda operanti nel territorio nazionale“. Le fasi chiave delle filiere di abbigliamento, calzature e accessori, dalla filatura alla tessitura fino al taglio e all’assemblaggio, sono oggi tra le più colpite dalla crisi e insieme le più decisive per garantire l’autenticità del prodotto “100% Made in Italy”. “La priorità non è soltanto sostenere l’export, ma garantire la tenuta del sistema produttivo nel suo complesso. Senza una filiera solida e radicata sul territorio” il presidente Cerofolini “il rischio è quello di indebolire progressivamente la struttura industriale che rappresenta il vero valore del Made in Italy della moda”. In particolare, secondo Confartigianato, la legge sulle Pmi (L. 34/2026) dovrebbe valorizzare gli investimenti nelle principali fasi del sistema tessile e pelle, con particolare attenzione alle lavorazioni artigianali come filatura, tessitura, cucitura e lavorazione della pelle. Le misure dovrebbero inoltre premiare le imprese dell’abbigliamento e del prodotto finito che utilizzano almeno il 50% di semilavorati italiani, rafforzando il radicamento produttivo nazionale. Confartigianato sottolinea anche la necessità di criteri oggettivi per misurare la capacità produttiva effettiva sul territorio e di riconoscere valore alla continuità della filiera come elemento strategico per il Made in Italy.