Graziano Alabi, parroco di Cà Raffaello, 25 anni per omicidio volontario ed occultamento di cadavere, Guerrina Piscaglia Cassazione si è pronunciata sulla validità probatoria del quadro indiziario La difesa accetta il verdetto ma farà ricorso alla Corte d’Europa

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Arezzo- La Procura generale aveva chiesto la conferma in Cassazione della condanna della Corte d’Appello a 25 anni di reclusione per padre Graziano Alabi, il parroco congolese di Cà Raffaello agli arresti domiciliari nel convento dell’Ordine Premostratense di Roma per omicidio volontario ed occultamento di cadavere, di Guerrina Piscaglia, nel processo indiziario istruito dalla Procura di Arezzo, in primo grado di giudizio era stato condannato a 27 anni, pena poi ridotta in secondo grado per errore di calcolo. E la Cassazione si è pronunciata sulla validità probatoria del quadro indiziario, il cadavere della donna, scomparsa il 1 maggio del 2014 sul breve tragitto da casa alla canonica della parrocchia del piccolo paesino, non è mai stato ritrovato. La casalinga annoiata si sarebbe invaghita del viceparroco, inguaiato da una valanga di sms telefonici prima della scomparsa e, qualcuno, ritenuto decisivo dalla difesa, nelle ore successive, da una fantomatica figura tirata in ballo dal frate nel corso degli interrogatori e dalla probabile relazione con Guerrina, che per i familiari mai e poi mai avrebbe abbandonato in figlio andandosene via. La difesa accetta il verdetto ma farà ricorso alla Corte d’Europa per violazione dei diritti della difesa, tra testimoni non ascoltati e consulente tecnico non ammesso, indagine parziale e verdetto in Appello basato su congetture nella motivazione, tenta il ricorso per ottenere una correzione del verdetto. Intanto per padre Graziano si aprono le porte del Regina Coeli.

Anna Maria Citernesi